Capelli e Vestiti? Sono mezzi di comunicazione

Sono un mezzo di comunicazione, con cui ognuno di noi mette in scena la sua personalità. Lo psicologo Wilhelm Wundt agli inizi del 900, sostenne che gli abiti furono inventati nella fase totemistica dello sviluppo del genere umano, ed erano considerati alla stregua della danza e dei tatuaggi. Avevano cioè una funzione scaramantica e tenevano lontane sfortuna e malattie. Ma i vestiti sono stati anche considerati dal noto scienziato della comunicazione Marshall McLuhan, come una’estensione dell’epidermide, così come lo è oggi il cellulare per noi.

Sia i vestiti che i capelli, sono considerati sia da sociologi che antropologi, un mezzo utilizzato dagli uomini per la loro autopromozione, finalizzati a indicare lo status sottoforma di controllo sociale. Il modo in cui si presenta una chioma, così come la presenza di alcuni tipi di accessori, quali orologi da polso o bastoni da passeggio, sono stati soprattutto in passato degli indicatori della posizione sociale e un segno imponente della classe d’appartenenza.

Di certo un esempio emblematico di quanto gli abiti rappresentino una forma di controllo sociale, è fornita dalle uniformi: segnalano i confini di status, distinguendo un gradino dall’altro, per rispondere alle esigenze proprie di una società organizzata secondo vari livelli. Così anche i capelli come i vestiti rappresentano dei mezzi di comunicazione; essi parlano della nostra sensibilità, del nostro desiderio di distinguerci dalla massa o di ribellarci al sistema, ma anche alla voglia di attirare l’attenzione degli altri e di non passare inosservati.

Diventano in questo modo, un elemento importante per portare in scena la maschera che sfoggiamo quotidianamente, dandoci una mano ad esprimere le nostre caratteristiche individuali. Secondo Barthes l’abbigliamento non ha solo lo scopo di comunicare ma anche di manifestare un significato. Questo vuol dire che non trasmettono solo delle informazioni, ma anche dei segnali. Però mentre in una società incentrata sulla moda di classe, qual’era quella che caratterizzava i primi anni del Novecento, era più semplice interpretare i segnali legati al vestiario, in quella frammentata come quella attuale, diventa molto più complicato.

I codici relativi all’acconciatura e al vestiario, sono diventati molto ambigui e sfumati, venendo meno i segni legati alla classe di appartenenza. In particolare, gli abiti che si scelgono per il tempo libero, rappresentano un modo per veicolare la propria personalità, rispetto a quelli professionali, ed è molto difficile decodificarli, perchè racchiudono in sè una grande varietà di segni, talvolta in contrasto tra loro, spiega la sociologa Diane Crane.

Inoltre, negli ultimi decenni capelli e abiti appaiono più vaghi, anche perchè oltre a non indicare differenze di status, non sono neanche un indicatore della differenza di genere. Tanto che sulle passerelle, anche di recente, continuano ad essere proposte donne mascoline che indossano capi prettamente maschili e uomini che sfoggiano con disinvoltura il kilt. Se poi consideriamo anche il fatto che l’era postmoderna, propone una società consumistica in cui ognuno desidera soddisfare in maniera incontrollata i propri capricci, in cui non esistono più posizioni rigide ma solo ruoli effimeri, è ancora più complicato distingure in base ad indicatori relativi alla moda.

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