Gli italiani? Non leggono ma sono aspiranti scrittori

E’ una delle tante contraddizioni che vive il nostro paese. A fronte di una diminuzione progressiva del numero di lettori di libri e quotidiani, aumenta vertiginosamente il numero degli aspiranti scrittori. Siamo un paese di sognatori che custodisce nel cassetto il proprio manoscritto, con la speranza che un giorno possa essere notato da una prestigiosa casa editrice. Si tratta di una strada in salita ma c’è chi con impegno e caparbietà è riuscito nel suo intento come Fabio Genovesi, classe ’74 che viene dalla Versilia e che faceva il pescatore; ha scritto romanzi editi da Mondadori ottenendo i primi consensi dal 2007, anno del suo debutto con “Il bricco dei vermi”.

Ma c’è un però. Non tutti come Fabio sono sostenuti da una solida esperienza di lettura, anzi. A fronte, di un grande desiderio di raccontarsi, c’è una scarsa cultura del libro e della sua importanza. Ma quanti manoscritti arrivano nelle case editrici ogni anno? Ebbene, circa una decina al giorno per un totale di 2000-2500 all’anno.

Un numero incredibile che fa riflettere sul fenomeno: bisogna rispettare chi sente la voglia di imprimere sulla carta sensazioni e stati d’animo, un costume molto interessante dal punto di vista sociologico. Altro discorso è saperlo fare, perchè più che il rendimento scolastico conta tanto il numero e la qualità di testi, che si è riusciti a leggere e a fare propri. Insomma i cosiddetti “divoratori” di libri, i “topi da biblioteca” per intenderci, ha molte più chance di chi si improvvisa scrittore senza aver mai aperto un classico della letteratura.

Ma quale sarà l’identikit dello “scrittore tipo”? Si tratta di un gruppo variegato e può comprendere diverse personalità che vanno dalla casalinga, all’impiegato, fino ad arrivare al professore universitario o allo sportivo. Il genere che va per la maggiore è il racconto di sè e della propria esperienza biografica, un dato che risulta molto curioso dal punto di vista psicologico.

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