Disturbi alimentari: da cosa nascono?

La letteratura medica che si occupa di disturbi alimentari, ha iniziato a fiorire a partire dalla fine degli anni Sessanta. Fu Hilda Bruch, psichiatra americana e pioniere di questo tipo di studi che scrisse un articolo che affrontava questo tema delicato, sollevando un animato dibattito. Sono numerose le ipotesi che sono state avanzate circa le motivazioni che spingono molte ragazze, ma anche ragazzi, ad ammalarsi di anoressia o bulimia.

Dalle considerazioni legate ai modelli estetici che dominano nella nostra società fino alle cause familiari, connesse a trumi infantili più o meno gravi, che possono scatenare reazioni di questo tipo.

Molte di queste ipotesi soffrivano di un grande limite: si ricavavano da osservazioni realizzate durante la terapia. Dal punto di vista scientifico, erano più attendibili le indagini condotte su campioni molto più ampi, per verificare, se e chi di queste persone durante un intervallo di tempo molto dilatato, avrebbe sofferto di questi disturbi.

Studi del genere possono indicare ad esempio, se le influenze familiari, come una madre dominante o un padre assente e viceversa, rappresentano più o meno una costante, quando si riscontra questo tipo di patologia. Stando a questi studi, l’incapacità di interpretare le emozioni dolorose e di gestirle e controllarle, se non sono le cause, rappresentavano ugualmente dei fattori chiave che potevano condurre verso queste malattie. Quando poi, queste persone vivono dei forti disagi familiari, hanno la tendenza a reagire agli insuccessi, con pessimismo mostrando chiaramente una certa incapacità a placare i sentimenti negativi.

Quando poi a tutto ciò, subentrava una percezione negativa anche del proprio corpo e della propria immagine, il rischio di ammalarsi di bulimia o anoressia si faceva sempre più concreto. La presenza di padri intransigenti e severi o di madri invadenti e dalla forte personalità, stanto a questi studi, gioca un ruolo fondamentale nel provocare disturbi di natura alimentare. I test effettuati dalla Bruch, sottolineavano però che oltre ai fattori familiari, bisognava indagare gli effetti prodotti dal fatto di crescere in un mondo dove l’immagine viene prima di tutto e dove la magrezza innaturale è esaltata e valorizzata.

Secondo la psichiatra statunitense, i genitori pur avendo una personalità dominante possono smorzare con il sostegno psicologico del caso, i loro atteggiamenti al fine di aiutare i propri figli. Ma anche quando si segue un percorso del genere, le cose non accennano a cambiare, anzi. Questo perchè la teoria  a sostegno del carattere dominante dei genitori, farebbe acqua da tutte le parti. Fin dall’infanzia le bambine sono circondate da simboli e segnali, che fanno corrispondere la femminilità e la bellezza alla magrezza e questo influenza tantissimo il loro rapporto con gli altri e con se stesse.

La studiosa cita un episodio emblematico: una bimba di 6 anni, rifiuta di andare in piscina perchè spiega, alla madre che riferisce l’accaduto alla pedriatra, di sentirsi troppo grassa e avere paura di mostrarsi. E’ fin da questi primi segnali che bisogna agire con il supporto del pedriatra e se è necessario di uno psicologo infantile, cercando il dialogo e spiegando che “magrissimo” non è sinonimo di “bellissimo”.

Ma soprattutto non è sinonimo di salutare! Un altro studio condotto su un gruppo di adolescenti dalla psicologa Gloria Leon, mette ancora una volta in risalto la scarsa consapevolezza circa i segnali e le emozioni del proprio corpo. Si trattava di giovani che non riusciva neanche a distinguere tra le sensazioni e percezioni più elementari, sperimentando una sorta di tempesta emozionale, che riuscivano a compesare solo rifiutando del tutto il cibo o mangianlo per poi vomitarlo. Per curare i disturbi alimentarli, secondo la Leon occorreva rieducare ai sentimenti, insegnando a queste ragazze le abilità emozionali, con le quali avrebbero preso una confidenza diversa e più conciliante con il proprio corpo. Questa sarebbe la tecnica più efficace per dar loro serenità ed eliminare le pessime abitudini alimentari.

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