Bullismo e prepotenza: bloccarle si può

Negli ultimi tempi gli epidosi di bullismo nelle scuole sono diventati sempre più frequenti. Secondo alcuni studi gli atteggiamenti aggressivi e prepotenti, sono delle azioni antisociali che possono amplificarsi con il tempo e trasformare il bullo di cinque anni in bullo adolescente. Ciò perchè la forma mentis che il bambino prepotente si porta con sè durante il suo percorso di crescita, se non è gestita e frenata con i metodi educativi adeguati, può avere conseguenze ben più gravi.

Ma perchè questi bambini sono così aggressivi? Nell’approccio con gli altri, quando si trovano di fronte a qualche problema finiscono sempre per considerare l’altro come il nemico da abbattere, traendo precipitosamente conclusioni, senza informarsi prima per cercare di trovare una risoluzione pacifica al problema. In genere propendono per la soluzione violenta prediligendo lo scontro fisico; partono dal presupposto che solo in quel modo possono imporre la loro supremazia e che dalla lite, non scaturisce un dolore così forte, da procurare danno nell’altro o a se stessi.

Eppure, aiutare questi ragazzi con un intervento tempestivo, fa sii che il loro percorso autolesionista e pericoloso, sia frenato e radicalmente trasformato. Molti sono stati i programmi sperimentali, che sono riusciti a bloccare gli atteggiamenti antisociali di questi bambini, spingendoli a controllarsi e a canalare le energie altrove. Tra questi, quello elaborato alla Duke University, si è rivelato molto utile per addestrare alcuni bambini irascibili delle scuole elementari, insegnando loro durante alcune lezioni di 40 minuti, per un ciclo complessivo di 3 mesi, che cambiare è possibile. I piccoli imparavano a non dare per scontati alcuni stimoli esterni; non necessariamente i segnali degli altri erano da considerare ostili.

Inoltre in ognuno di loro, alla fine del programma, si sviluppavano capacità empatiche fino a quel momento sconosciute. I bambini riuscivano a mettersi nei panni dei loro interlocutori, imparando a percepirne i pensieri e le emozioni. In questo modo, riuscivano anche a comprendere che lo scontro fisico non solo, risultava inutile perchè scatenato da motivazioni futili e inesistenti, ma che poteva procurar loro dolore fisico e malessere psicologico. Gli educatori allenavano gli allievi a coltrollare gli eccessi di ira e di collera, simulando episodi che avrebbero, se fossero accaduti davvero, potuto far perder loro la pazienza. Essere spinti, essere presi in giro, o derisi, avrebbero potuto scatenare reazioni incontrollate, se non si riusciva a gestire la rabbia.

A quel punto i bambini cominciavano a discuture tra loro scambiando i loro punti di vista con l’insegnate, su come avrebbero potuto bloccare l’ira, e trovare altre soluzioni per evitare reazioni violente. Una volta compreso che potevano uscire “vincenti” da un confronto, utilizzando solo lo scambio verbale, o rivolgendosi a un adulto, in caso di gesti aggressivi subiti dall’altro, il bambino si sentiva risollevato, quasi soddisfatto di essere riuscito a imparare l’arte dell’autocontrollo. Negli anni, questi ragazzi diventati ormai adolescenti, avevano giovato del programma anti-bullisimo, risultando in classe (ma anche in altri contesti) meno irascibili e turbolenti, così anche le probabilità di trovarsi nei guai, erano molto più basse rispetto ai coetanei che per vari motivi, non avevano seguito in passato tale percorso.

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