Cercare lavoro: occhio alla reputazione online

Provate a googlare il vostro nome. Cosa ne esce? A parte una serie di persone che non hanno niente a che vedere con voi (notato quanti omonimi ci sono?), c’è il link a Twitter, a uno o più forum dove avete lasciato dei commenti e poi una lista interminabile di siti spazzatura. E’ divertente ritrovarsi su internet vero? Forse non tanto, se sapeste che quello è il vostro nuovo curriculum viatae dell’era 2.0. Se state cercando lavoro, fate attenzione: secondo un sondaggio condotto da Gidp/Hrda, l’Associazione direttori delle risorse umane, il 71% delle aziende italiane sfrutta internet per acquisire informazioni sui candidati, utilizzando Google e Facebook come canali per scovare punti deboli e comportamenti sconvenienti.

“Non è una leggenda”, spiega Eugenio Amendola, managing director di Anthea Consulting, società che si occupa di consulenza e comunicazione per le risorse umane. “I social media vengono consultati abitualmente dai direttori del personale perchè forniscano un bacino di informazioni libere, gratuite e immediatamente fruibili. I più controllati sono i social network professionali come Linkedin o Viadeo, che consentono di individuare i candidati più adatti a una posizione lavorativa e fare quello che in gergo si chiama Recruiting, il reclutamento.

In un secondo momento vengono visionati anche Facebook, Twitter, ma anche blog e motori di ricerca come Google per trovare commenti, idee, passioni che possano avvalorare la qualità di un candidato o farla crollare.
Rivelando la sua reputazione online. Su Facebook è necessario essere “amici” per vedere un profilo. A questa obiezione l’esperto risponde secco: “Non occorre essere ingenui. La privacy garantita dai social network non è così definita e alcune informazioni passano.
Prendete l’esempio dei tags sulle foto: chiunque può taggare una persona e mettere in circolo il suo nome con una viralità che in un secondo diventa infinita.
Se un datore di lavoro si imbatte in un’immagine, un post, un commento che squalifica un candidato è chiaro che ne verrà condizionato negativamente. Quindi il consiglio è quello di ipostare il proprio profilo (e questo raramente avviene) in modo da garantire la provacy”.

La realtà è che nel nostro paese in pochi, specie fra i giovani e i neolaureati, hanno capito l’impatto dei social network nella costruzione della propria reputazione professionale. “L’idea è che Facebook o Twitter siano un divertimento, un porto franco dove poter parlare senza freni inibitori, mostrarsi e mostrare foto pensando di essere solo fra amici”, prosegue l’esperto “invece non sono che finestre aperte sulla propria vita privata da cui chiunque può spiare le abitudini, le opinioni ecc.

Insomma chi cerca lavoro è meglio che lasci i commenti e l’esibizione del proprio privato all’incontro con un’amica davanti a un caffè e usi i social network per fare personal branding e cioè promozione delle proprie qualità”.

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