La convivenza una sconfitta per molte coppie

Nessuno se l’aspettava. Quando il 28 giugno scorso, in uno dei suoi celebri “clippini” su Facebook Vasco Rossi ha detto “mi sposo”, i suoi 3 milioni di fan non potevano crederci. Lui, irriducibile re del rock aveva sempre dichiarato di “essere liberi di andarsene in ogni momento e rimanere uniti è la vera testimonianza di amore sincero. Il matrimonio è solo un atto di burocrazia”. Eppure oggi dopo 25 anni di convivenza, non poteva più permettere che la sua Laura Shmidt avesse poco più dei diritti delle madri degli altri suoi figli.

In quest’estate di ripensamenti, come il Blasco hanno ceduto all’anello anche Luca Zingeretti e Luisa Ranieri, insieme da 7 anni e genitori di Emma, Fabrizio Bentivoglio con la compagna Silvia Pippia. E anche Angelina Jolie e Brad Pitt dopo 7 anni e 6 figli sono pronti al sì.

Secondo una recente ricerca del Censis, in Italia sono quasi 500mila le coppie conviventi (per un totale di un milione di persone). Coppie di fatto, dove “il fatto” in questione non è la volontà di stare insieme qualche anno e via, ma il desiderio di condividere la vita anche per sempre. Confermandola con scelte ugualmente (se non più) vincolanti dell’anello.

Prima vanno a vivere insieme, magari in affitto. Poi gli anni passano e decidono di comprare casa, cointestando la proprietà e pur eil mutuo in banca. “E’ sufficiente dimostrare di avere i soldi per l’acquisto e le garanzie per il pagamento del mututo”, spiega il notaio Lorenzo Stucchi di Milano. C’è poi la scelta più grande e coinvolgente di tutti: un figlio. “Il vincolo di amare e reciprocità per antonomasia, che per molte coppie conviventi vuole essere proprio l’alternativa al legame per “contratto” rappresentato dal matrimonio.

Nonostante i figli, la casa, il mututo e pure il cane, le coppie non sposate nel nostro Paese continuano a non esistere sul piano giudiziario e legale. Per la Costituzione italiana, infatti la famiglia è ancora oggi “una società naturale fonfdata sul matrimonio”. Davanti a questa discriminazione giuridica, molte coppie di conviventi fanno spallucce: “Io e il mio compagno veniamo da matrimoni finiti male, con migliaia di euro spesi tra avvocati e alimenti da pagare. Pazienza se non avremo diritti, di sicuro non ci sposeremo mai più”, dice Francesca, 45 anni compagna di Luca da 10 anni e mamma di 3 figli.

Tutto legittimo. Il problema si pone in caso di emergenza sanitaria o di morte. “In tutti questi casi, il convivente è al pari di un estraneo per la legge perchè fra i due non esiste il cosiddetto vincolo di coniugio”, spiega l’avvocato Marina Ingrascì dello studio Paganuzzi di Milano. “Non ha diritto alla legge 104/92 per assistere il partner disabile, a prendere decisioni e, nei casi più estremi, non ha diritto all’eredità a meno che non sia stato fatto testamento, possibile comunque di contestazione da parte dei familiari che possono reclamare la loro “legittima” parte.

Questo significa che se in una coppia di fatto uno dei due è separato ma non ancora divorziato dall’ex coniuge, in caso di emergenza sarà questo a essere chiamato per prendere decisioni in merito alla sua salute o a beneficiare dell’eredità, in caso manchino appositi accordi scritti. L’Italia è ancora oggi uno dei pochissimi Paesi europei a non avere una legge in materia, insieme all’Albania e alla Turchia. Per fortuna in alcuni comuni presso le anagrafi, sono stati istituiti Rgistri delle Unioni Civili, in modo da consentire al convivente di essere riconosciuto quale “parente prossimo” al fine dell’assistenza morale e sanitaria del suo partner.

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